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12月23日 io Ti auGuRo...Io ti auguro non tutti i possibili regali.
Io ti auguro del tempo per il tuo fare, per il tuo pensare,
Io ti auguro del tempo non solo così per poterlo sprecare.
Io ti auguro del tempo per poter afferrare le stelle
Io ti auguro del tempo per trovare te stesso,
12月19日 uNa LaCRiMa Di GioiaDeve essere stato per un'impazienza non più sopportabile che un giorno Dio Padre, fissando lo sguardo sugli uomini che si erano fatti curvi per la schiavitù, con dentro il cuore la siccità disperata del deserto, proprio come orfani destinati a non conoscere amore, disse dentro di Sé: "Basta!".
Con braccio potente raccolse tutte le stelle piccole e grandi che sono nel firmamento e con esse scrisse queste parole agli uomini: "VI AMO!" a lettere così grandi che occuparono tutto il cielo e tutti gli uomini le potessero leggere: tutti, proprio tutti..
Per la grande pietà o per il grande amore che gli riempivano il cuore, nello scrivere "Vi amo" cadde dagli occhi di Dio una lacrima che scivolò sulle stelle bagnandole tutte e facendole splendere di più e dalle stelle la lacrima andò a posarsi su una mangiatoia a Betlemme e si chiamò quel giorno Natale di Gesù, Figlio di Dio, nato da Maria Vergine.
Quella lacrima schizzò sugli occhi spenti degli uomini e questi finalmente guardarono in su e lessero: "VI AMO". Scoppiò una gran gioia e si cantò pace nel cuore di tanti. Ancora oggi gli uomini sono stanchi, soli ed aridi fino ad uno smarrimento ed un'angoscia che avvolge tutta di una coltre di tristezza che nasconde tanto il cielo da disperare che esista ancora.
Ma a Natale, ogni Natale, le stelle obbedienti si allineano per riscrivere: "VI AMO". E torna a piovere sulla terra una lacrima di tenerezza del Padre: una lacrima che cerca ancora gli occhi spenti degli uomini per posarsi in loro come in "nuova mangiatoia di Gesù", perché il mondo sia un irrefrenabile scroscio di sorrisi.
Io a Natale apro gli occhi in su perché voglio riempirmi gli occhi di quella lacrima e piango di gioia come Maria.
Mons. Antonio Riboldi, Vescovo di Acerra
12月16日 aTTeSTaTo Di PaRTeCiPaZioNe
TaNT auGuRi SCoMoDiCarissimi, non obbedirei al mio dovere se vi dicessi Buon Natale; senza darvi disturbo. Io, invece, vi voglio infastidire. Non posso, infatti, sopportare l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario. Mi lusinga, addirittura, l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati. Tanti auguri scomodi, allora, miei cari! Gesù che nasce per amore ci dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali. E ci conceda la forza di inventarci un’esistenza carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio. Il Bambino che dorme sulla paglia ci tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del nostro letto duro come un macigno, finché non avremo dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio. Dio che diventa uomo ci faccia sentire dei vermi ogni volta che la carriera diventa idolo della nostra vita; il sorpasso, progetto dei nostri giorni; la schiena del prossimo, strumento delle nostre scalate. Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, ci costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la nostra coscienza ipocrita non accetterà che lo sterco degli uomini, o il bidone della spazzatura, o l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa. Giuseppe, che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei nostri cenoni, rimproveri i tepori delle nostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle nostre luminarie, fino a quando non ci lasceremo mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro. Gli angeli che annunziano la pace portino guerra alla nostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che, poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del nostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfrutta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano i popoli allo sterminio per fame. I poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, ci facciano capire che, se anche noi vogliamo vedere una grande luce, dobbiamo partire dagli ultimi. Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili. Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura, ma non scaldano. Che i ritardi dell’edilizia popolare sono atti di sacrilegio, se provocati da speculazioni corporative. Che il numero 167 non è la cifra di matricola data ai condannati dal sistema. Che i ricorsi a tutti i T.A.R. della terra sono inammissibili quando a farne le spese sono i diritti sacrosanti di chi non conta mai niente. Che i poveri, i poveri veri, hanno sempre ragione, anche quando hanno torto. I pastori che vegliano nella notte facendo guardia al gregge e scrutando l’aurora, ci diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio. E ci ispirino il desiderio profondo di vivere poveri: che è poi l’unico modo di morire da ricchi. Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza.
di don Tonino Bello Vescovo di Molfetta (18/03/1935 - 20/04/1993)
12月15日 e' NaTaLe!
12月14日 QuiLTMaDDy e KaRoL
aRTuRo
BaBBo SPRiNT
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